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ASCOLI 29/7/2010 - Il blitz della Guardia di Finanza di Ascoli è scattato nella notte con l'irruzione nel capannone situato alla periferia del capoluogo piceno. Inquietanti le condizioni in cui erano costretti a vivere e lavorare gran parte dei clandestini
E' scattato a notte fonda il blitz delle Fiamme Gialle del Comando provinciale di Ascoli Piceno che ha portato all'arresto di "H.Q.X.", un'imprenditrice quarantatreenne cinese e di suo figlio ventunenne "D.J", titolari di due imprese insediate in un unico capannone adibito ad opificio ubicato alla periferia di Ascoli.
All'interno del capannone i due facevano lavorare decine di connazionali, anche clandestini, in gran parte ridotti in schiavitù presso la stessa struttura, in condizioni di igiene e sicurezza terribili.
Madre e figlio, già gravati da significativi e specifici precedenti tra i quali il "Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina", l' "Impiego di manodopera priva di permesso di soggiorno", "Contraffazione di permessi di soggiorno" e "Falso ideologico", sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per i reati di cui all'art. 600 "Riduzione/mantenimento in schiavitù" del Codice Penale ed art. 12 "Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina" del citato DL n. 286/1998 in relazione alle condizioni alquanto precarie accertate nel corso delle attività relative ai contesti d'igiene e di sicurezza nei quali si svolgeva il lavoro. I connazionali lavoravano e vivevano in una struttura asfissiante, "regno" di ogni genere di insetti e reso ancor più insopportabile dalla sporcizia e dalla polvere presenti in ogni ambiente, compresi quelli adibiti a dormitorio e vettovagliamento. I lavoratori erano, inoltre, sfruttati all'inverosimile attraverso turni di lavoro estenuanti e salari inadeguati. In alcuni casi, poi, venivano privati dai titolari, dei documenti di identità personale.
L'irruzione è stata decisa in seguito a specifici appostamenti, effettuati per un lungo periodo, soprattutto nelle ore notturne e dopo aver rilevato ingenti acquisti alimentari, da parte del "clan familiare", che non trovavano giustificazione con la realtà delle due aziende, come ufficialmente dichiarate nella loro consistenza
Nel corso del blitz i militari hanno provveduto all'identificazione di tutti i cinesi trovati all'interno dell'opificio, molti dei quali, a seguito degli "allarmi" lanciati a viva voce dai due titolari, hanno anche tentato una rocambolesca fuga sui tetti circostanti che, però, è stata vanificata dalla chiusura "a cerchio"di tutto il comprensorio circostante da parte delle Fiamme gialle. Inquietante la scena che si è presentata ai militari all'interno dell'opificio, dove alcuni cinesi sono stati scovati anche nascosti dentro dei carrelli per la spesa, avvolti in cellophane, stracci e scarti di lavorazione.
All'interno del capannone, i militari hanno trovato 24 cinesi intenti a lavorare alle macchine da cucire, tutti rigorosamente "in nero". Di questi, 8 sono risultati sprovvisti di qualsiasi documento identificativo, circostanza per la quale sono stati denunciati a piede libero alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ascoli per i reati di cui all'art. 6 "Omessa esibizione di documento di identità da parte di cittadino extracomunitario" del Decreto Legislativo n. 286/1998 ed art. 10-bis "Ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato" del medesimo decreto e, di conseguenza, sulla scorta dell'immediato decreto emesso dal prefetto di Ascoli Piceno, espulsi dal territorio nazionale.
Altri due sono invece risultati già colpiti da analogo provvedimento di espulsione e, quindi, tratti in arresto per la flagranza del reato contemplato dall'art. 13 "Inottemperanza al Decreto di espulsione dal territorio dello Stato mediante accompagnamento alla frontiera" del già citato Decreto Legislativo n. 286/98, con conseguente "Ordine di lasciare il territorio dello Stato Italiano entro 5 giorni", come previsto dall'art. 14 dello stesso provvedimento normativo.
A nulla è valso anche l'escamotage adottato dalla donna, titolare di una delle due impresi operanti nella struttura, che ha tentato di eludere le proprie responsabilità attraverso l'asserita propria mansione di semplice dipendente - conseguente alla ritenuta cessazione della propria attività che, tuttavia, non è risultata essere mai stata dichiarata agli uffici competenti, di altra nuova ditta insediatasi recentemente, facente capo al proprio figlio.
Ora gli approfondimenti investigativi del Comando Provinciale proseguono attraverso le consuete attività di polizia economica e finanziaria, tese a ricostruire, nel dettaglio, tutti i reali accadimenti aziendali che hanno comportato anche l'occultamento di rilevante materia imponibile.
Roberto Roberti -
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