Caporalato e sfruttamento dell'immigrazione clandestina, arresti e denunce

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SENIGALLIA 22.5.2020 - Gli agenti della Squadra mobile e del commissariato di Senigallia, al termine di una prolungata e complessa attività di indagine, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Ancona su richiesta della Procura, emessa a carico di un pakistano. Inoltre è stato denunciato un altro cittadino pakistano, entrambi cittadini in regola con il permesso di soggiorno, gravitanti sul territorio senigalliese ed aree circostanti, ritenuti responsabili del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del  lavoro, cosiddetto caporalato, ma anche per fatti connessi ad episodi di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

L’attività di indagine si è protratta per oltre un anno (dal 2019 al 2010) ed è stata condotta in collaborazione con il personale dell’Ispettorato del Lavoro di Ancona che ha vagliato la posizione lavorativa ed i rapporti contrattuali dei lavoratori.

Condotta dalla Polizia di Stato, l'indagine, ha consentito di far emergere plurime e reiterate condotte di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro da parte di due soggetti pakistani.

Il primo soggetto, in qualità di titolare dell’omonima impresa individuale insieme al secondo, in veste di co-gestore della medesima impresa, ha assunto operai, per lo più connazionali, impiegandoli per lavori presso terzi e corrispondendo loro retribuzioni palesemente discordanti da quelle previste dai contratti collettivi nazionali e territoriali di lavoro e, comunque, inadeguate rispetto alla quantità del lavoro prestato, in totale violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, assoggettandoli altresì a metodi di sorveglianza ed a situazioni abitative degradanti.

I due reclutavano i lavoratori approfittando del loro stato di bisogno dei lavoratori coinvolti, soggetti extracomunitari, versanti in condizioni di grave difficoltà economica e avendo bisogno del rilascio o del rinnovo del titolo abilitativo alla permanenza sul territorio dello Stato.

In particolare, i braccianti, una volta reclutati dagli indagati, venivano destinati all’impiego presso varie aziende agricole situate nella provincia di Ancona, con le quali i due avevano preventivamente stipulato contratti di appalto di manodopera, stabilendo compensi inferiori a 5 euro all’ora, ben lontani da quanto previsto dal contratto collettivo nazionale per gli operai agricoli e florovivaisti.

Dal magro importo, inoltre, gli indagati prelevavano forzatamente una quota a titolo di spese sostenute per vitto, alloggio e trasporto dei braccianti presso le aziende agricole interessate.

Inoltre, in busta paga, veniva riportato un monte ore inferiore a quello effettivamente svolto dai lavoratori, omettendo di denunciare le effettive giornate di lavoro nel Libro unico dipendenti. Non solo. I due costringevano gli operai anche a consegnare loro i documenti di identità ed i permessi di soggiorno, al fine di assicurarsi il rispetto delle regole e dei turni di lavoro imposti, impedendone così l’allontanamento.

I braccianti, infine, erano sistemati presso il sottotetto di un caseggiato a Senigallia con gravi deficienze strutturali ed igienico-sanitarie dove erano costretti a convivere contemporaneamente fino a 30 lavoratori. (Alessandro Lorenzi - laprovinciamarche.it)

 

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