CNA, non ci sono le condizioni, nella ristorazione uno su tre pronto a chiudere Stampa

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ANCONA 28.10.2020 - La CNA ha raccolto lo sfogo dei suoi bar e ristoratori associati per avere elementi certi e ampiamenti condivisi al fine di intervenire nei tavoli istituzionali deputati ad affrontare la delicata e complessa situazione pandemica attuale, prendendo posizione a tutela del libero esercizio dell’attività di impresa quando questa, dati alla mano, non produce un effetto dannoso come nella fattispecie per la comunità in cui si colloca ed interagisce. In tutta la provincia sono concordi nel dichiarare che: “la paura è tanta e l’allarmismo diffuso ha praticamente condizionato l’abitudine delle persone, a tal punto che la situazione che si registra dopo le 18:00 è sicuramente pari a quella di un coprifuoco. Ne deriva che nemmeno l’asporto tira più, non gira gente e quindi è come se ci avessero impedito di svolgere qualsiasi attività”.

Quasi un “lock down mascherato” quello che ci raccontano le nostre centinaia di imprese intervistate, responsabili ed operose come al solito, la cui maggioranza, pur con tante perplessità e preoccupazioni, ansia e rabbia, hanno preferito rifuggire (per ora) le proteste di piazza, per continuare a sacrificare se stessi e la loro famiglia con l’obiettivo di tirare avanti finché sarà possibile, con la speranza che questo nemico misterioso possa essere battuto prima di Natale. Alcuni ci ricordano come nei quartieri e soprattutto nei piccoli centri urbani la loro attività di pubblico esercizio abbia ormai assunto un suolo sociale ed anche per questo si sono adoperati per creare un ambiente anti-covid, superando ottimamente anche controlli da parte degli organismi di vigilanza. Vista la situazione la CNA sta monitorando da vicino, ora per ora, l’evolversi della situazione normativa effetto dei provvedimenti che prevedono con Decreto un pronto ristoro economico agganciato ai codici Ateco, i quali laddove siano più di uno potrebbero insorgere problemi per registrare e soddisfare l’intero calo del fatturato.

Due terzi di loro stanno decidendo se chiudere direttamente l’attività e la settimana odierna sarà un test per capire se ci sono i margini. Altri proveranno a sopravvivere mandando in cassa integrazione i dipendenti e quindi riducendo fortemente la forza lavoro. Ovviamente in ciascuno di loro alberga la speranza che l’orizzonte temporale del provvedimento sia rispettato che si possa scongiurare un Natale blindato.

Alice Perini, titolare di “Profumo di pizza” di Castelfidardo rileva e rilancia sulla necessità di intervenire in maniera mirata nelle misure di compensazione previste, come sui canoni di locazione, poiché “chi paga l’affitto su un locale che in questo periodo risulta parzialmente inutilizzato dovrebbe poter beneficiare di un pagamento ridotto in proporzione all’area effettivamente utilizzata e il proprietario o locatore avere al contempo un eventuale ristoro del residuo non pagato dalle Istituzioni”.

Da Senigallia incalza “Hosteria la Posta”: “meglio il lock down di 4 settimane per cercare almeno di salvaguardare il periodo Natalizio. I soldi che sembrano destinati ad aiutare le nostre strutture potevano essere utilizzati a settembre per adeguare i trasporti e il mondo della scuola. Non potendo limitare le libertà personali le case private, dove probabilmente si intensificheranno gli assembramenti, diventeranno i veri centri di trasmissione del virus, vanificando i sacrifici fatti e comportando ulteriori confinamenti”.

Sandro Usci del Ristorante “il Country” di Agugliano si dice molto preoccupato: “questa ondata è peggiore della prima, poiché in questi mesi abbiamo investito ingenti risorse per rispettare tutte le procedure di sicurezza ed ora rischiamo di tornare al punto di partenza. Questo provvedimento con la chiusura alle 18 ci fa perdere circa due terzi dell’incasso ed inoltre, insieme alle disdette ricevute, si percepisce il diffuso timore anche tra i clienti abituali che preferiscono rinviare il pranzo per evitare di trovarsi in sala con troppe persone presenti

Mariella Petrucci del Bar Pasticceria “Osvaldo” di Fabriano: “questo riacutizzarsi del virus ci spaventa più della prima fase, perché purtroppo sappiamo già cosa ci aspetta. Sollecitare il cliente all’uso della mascherina e al rispetto dei protocolli che abbiamo diligentemente adottato è ormai diventata parte integrante del nostro lavoro, che non può fare a meno dello spirito positivo che, nonostante tutto, dobbiamo mantenere tra noi e a beneficio dei clienti. Ovviamente se la situazione si farà oltremodo pesante faremo fatica e guardare le cose in maniera positiva nei prossimi giorni”.

Anche l’Osteria “Tamburo Battente” di Castelbellino è sulla stessa linea: “siamo una piccola realtà a gestione familiare nata a giugno dello scorso con investimenti, sacrifici e tanta passione. Gli aiuti ricevuti in occasione dello scorso lock down non sono stati assolutamente sufficienti per far fronte a contributi e pagamento dei fornitori. Queste ultime restrizioni nell’orario di lavoro sono frutto di una scelta politica che ci attribuisce delle responsabilità che non abbiamo e che possiamo contribuire ad affrontare solo indirettamente facendo la nostra parte e questo ci crea un frustrante senso di impotenza”.

Infine Corrado Betti di “Artì Beer” di Senigallia, anch’essa attività relativamente giovane, ci confida la sua preoccupazione, avendo investito dopo otto anni di intenso lavoro tutto ciò che aveva nel rendere accogliente e sempre più attrattiva la sua attività, con il plauso della sua clientela. “Dopo tre mesi di chiusura e nove mila euro di rimesse dirette sono ripartito con pazienza e determinazione, ma ora che forse iniziavo a vedere la luce mi tocca ripiombare nella disperazione e mentre prima della pausa estiva mi sono rialzato con vigore, ora la vedo dura per la mia famiglia e i miei tre dipendenti, perché questa volta non sarà la promessa di qualche briciola di ristoro per farmi ripartire”.

(Silvio Silvestri – www.laprovinciamarche.it)

 

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