L'Aquila 2 anni dopo: le immagini e le testimonianze per non dimenticare Stampa

aq_-_articoloL'AQUILA 7/4/2011 - Vicoli e vie presidiate dai militari e ineccessibili, quasi tutti i negozi del centro ancora chiusi e abbandonati, quartieri "fantasma", il centro storico di alcune frazioni ancora invaso dalle macerie : in esclusiva su Laprovinciamarche.it la fotogallery con 50 immagini da L'Aquila e dalla frazione di Paganica.

Il grosso masso che si è staccato dalle mura cittadine, rotolando nella via sottostante, è ancora là, in mezzo al marciapiede. Davanti al cinema Massimo c’è ancora la locandina del film in proiezione quel 6 aprile (“Gli amici del bar Margherita”). I militari con le loro camionette presidiano ancora le numerose “zone rosse” intorno a piazza Duomo e a corso Vittorio Emanuel. La quasi totalità dei negozi e delle attività commerciali del centro sono ancora chiuse e, al loro interno, sono ancora nelle stesse condizioni in cui si sono ritrovati quella tragica notte. E se ci sposta nelle frazioni lo scenario è, se possibile, ancora più desolante. Sono trascorsi 2 anni dal terremoto che ha cambiato la vita de L’Aquila e degli aquilani. Ma qui sembra davvero che il tempo si sia fermato, se non al 6 aprile 2009 a qualche giorno dopo quando, dopo aver pianto le vittime e aver constato la sconcertante entità dei danni, tutta la comunità si interrogava preoccupata sul proprio futuro. Allora erano arrivate promesse e rassicurazioni di ogni tipo, oggi dopo 2 anni gli interrogativi sul futuro sono drammaticamente gli stessi ma il tempo trascorso ha pian piano eroso le speranze e sgretolato promesse e rassicurazioni. Certo sforzandosi a voler essere a tutti i costi ottimisti, qualche timido segnale positivo può essere individuato: la riapertura ai fedeli della chiesa di S. Maria al Suffraggio (uno dei simboli di quei tragici giorni), qualche improvviso sprazzo di vitalità del centro, dove la riapertura di un locale particolarmente caro agli universitari ogni tanto riporta un po’ di “movimento”. E, accantonando momentaneamente ogni valutazione sulle new town, in fondo sono tantissime le famiglie e le persone che hanno nuovamente un tetto sotto il quale poter dormire.

aq_-_cinemaPerò chiunque si rechi a L’Aquila in occasione del secondo anniversario di quella drammatica notte  non può non comprendere e condividere la sensazione di impotenza e di abbandono (che sempre più rischia di trasformarsi in cupa rassegnazione) che sta prendendo piede tra gli aquilani e i residenti nel cosiddetto “cratere”. Una sensazione rafforzata dalle immagini pubblicate nella galleria fotografica in fondo all’articolo, dai racconti e dalle testimonianze raccolte nel corso del viaggio che Laprovinciamarche.it ha realizzato domenica 3 aprile nelle zone più colpite dal sisma. Ma al là delle immagini e delle testimonianze dei ragazzi dell’associazione AQ Giovani e dei residenti di Paganica, ci sono dei particolari, alcune eloquenti istantanee a testimoniare quanto fondato sia questo senso di abbandono. Come quel pezzo di mura cittadine che, dopo 2 anni, nessuno si è ancora premunito di rimuovere dal marciapiede. O come il desolante spettacolo di negozi chiusi lungo corso Vittorio Emanuele o, ancora, alcune vie e quartieri “fantasma”, con decine di palazzi sui quali non è stato effettuato alcun intervento e, ovviamente, completamente disabitati. Per non parlare delle case “sventrate” e delle macerie che ancora oggi invadono e rendono intransitabili i vicoli del centro storico di Paganica, o l’espressione mista di rabbia e rassegnazione di un volontario della Protezione civile della stessa Paganica quando afferma di non sapere ancora se e quando potrà mai avviare i lavori per sistemare la sua casa, classificata “E” e quindi inagibile. E, soprattutto, l’appello che ci rivolgono tutte le persone che incontriamo e con cui scambiamo qualche impressione che, quasi all’unisono, ci chiedono di raccontare e di far conoscere a tutti la loro difficile situazione.

aq-_boutiqueSecondo una ricerca condotta da tre università italiane, che ha coinvolto 15 mila terremotati, il 70%  di loro è convinta che “la comunità è morta quella notte”. In realtà forse sarebbe più giusto affermare che quel 6 aprile è morta quella comunità che aveva nei locali, nei negozi, nella vita universitaria , nella vivacità ma anche nei siti storici e nella peculiarità del proprio centro storico la sua anima, sostituita ora da una nuova comunità che ha il suo fulcro nelle orripilanti e fredde “new town”, agglomerati urbani privi di un’anima, più simili a veri e propri ghetti che a moderni quartieri cittadini, e con i nuovi centri commerciali che si candidano a diventare i nuovi centri di aggregazione della città. Certo è indiscutibile che le cosiddette “new town” hanno avuto il merito di ridare un tetto e una sistemazione a chi per mesi ha vissuto in tenda o girovagando per gli hotel della costa abruzzese e marchigiana (secondo gli ultimi dati sono ancora 1.200 le famiglie in attesa di sistemazione). Ma in quei gelidi agglomerati urbani non c’è più quel “vivere assieme” che è l’essenza della città. E, come ha sottolineato l’assessore Pezzopane, “qui non ci sentiamo più cittadini ma inquilini”. Fortunatamente, però, c’è ancora chi non ha alcuna intenzione di rassegnarsi a questa nuova grigia realtà. Sono i ragazzi dell’associazione AQ Giovani che ci hanno accompagnato e guidato in questo viaggio, iniziato attraversando una delle zone più tetre della città, quel corso XX settembre che presenta uno scenario a dir poco spettrale. I grossi “casermoni” che caratterizzano la via hanno ancora ben visibili i danni subiti 2 anni fa: finestre rotte, cornicioni crollati, pezzi di casa diroccate, buchi e crepe nei muri ovunque. Quasi superfluo sottolineare come l’intera via sia desolatamente disabitata. Una sorta di viale fantasma, in fondo al quale ci si imbatte con la Casa dello studente, uno dei luoghi simbolo della tragedia aquilana. L’edificio è ancora nelle condizioni in cui è stato ridotto dalla scossa delle 3.32 (cioè completamente “sventrato”), con le foto dei giovani “angeli” che vi hanno perso la vita e un paio di striscioni, che ricordano ciò che si poteva fare (e non è stato fatto) per evitare la tragedia e che chiedono giustizia, nella recizione che circonda la struttura

aq_-_arcivescovadoUn altro dei luoghi simbolo di 2 anni fa, piazza Duomo, è per certi versi l’emblema di quel senso di precarietà e di perenne emergenza in cui vive il centro cittadino da allora. Transenne, ponteggi, puntellamenti, tiranti e impalcature ovunque, alla chiesa di S. Maria del Suffraggio riaperta al pubblico, fa da contraltare la basilica di San Massimo chiusa, transennata e recintata come se fosse sigillata. Stessa sorte per l’Arivescovado e per la via che prende il suo nome, chiuse dalle transenne e inaccessibili tutte le vie limitrofe e i vicoli della piazza. La quasi totalità delle attività commerciali presenti nella piazza desolatamente chiuse rende lo scenario ancor più cupo. Un triste spettacolo che si ripete, con rarissime eccezioni, lungo corso Vittorio Emanuele e certificato dai dati resi noti nei giorni scorsi dall’assessore Pezzopane: delle 850 attività commerciali presenti nel centro appena 20 hanno rialzato la serranda. Altre 70 sarebbero nelle condizioni per poter riaprire ma non lo fanno perché il centro è morto, non ci sono più abitanti. Alcuni di quelli che erano i negozi più noti della zona si sono già trasferiti nei centri commerciali che si candidano a diventare il vero punto di aggregazione della città. Un rischio contro il quale si batte l’associazione AQ Giovani. “Non vogliamo in alcun modo rassegnarci a rinunciare al nostro centro storico – ci spiega Silvia, una loro rappresentante – e non vogliamo abituarci a questa città fantasma. Abbiamo già organizzato diverse iniziative per spingere gli aquilani a riappropriarsi dei loro luoghi più caratteristici, il rischio sempre più concreto è che il fulcro e la vita della città diventino i centri commerciali , che siano loro i moderni punti di aggregazione della nostra città”. La storia personale di Silvia può essere presa come emblema di quei giovani aquilani che si impegnano per far rivivere l’Aquila e il suo centro storico. Quel 6 aprile 2009 viveva e lavorava fuori (a Genova), poi dopo il terremoto ha ritenuto opportuno tornare per impegnarsi, per quanto fosse nelle sue possibilità, nella rinascita della città e nella resurrezione del centro storico. Una resurrezione che non è certo facilitata dal fatto che la maggior parte dei vicoli del centro, delle zone più caratteristiche città siano ancora “zona rossa”, presidiate dai militari, la cui presenza è tangibile in ogni angolo del centro stesso. “Un po’ di tempo prima del terremoto – ci confessa Filiberto, un altro rappresentante di AQ Giovani – facendo un giro in motorino per i vicoli del centro ho scoperto degli angoli sconosciuti e davvero caratteristici e mi sono reso conto della bellezza e della suggestione di quei posti”. Quegli angoli e quei vicoli così particolari, però, rischiano di rimanere un ricordo per Filiberto e per gli aquilani perché da due anni sono chiusi dalle transenne e dalle camionette dei militari. Ed è solo possibile immaginare in che condizioni siano ancora ridotti.

aq_-_panoramaNon c’è, invece, bisogno di alcun tipo di immaginazione per sapere quale sia l’attuale situazione di alcune frazioni e alcuni comuni limitrofi. Come, ad esempio, Paganica, una frazione di L’Aquila con oltre 5 mila residenti dove il centro storico è ancora oggi nelle stesse catastrofiche condizioni in cui si è ritrovato dopo la drammatica notte del 6 aprile 2009. Ai piedi di quel centro storico, è sorta la new town più grande e desolante della zona, un terrificante agglomerato che ricorda sinistramente i ghetti di Varsavia e Berlino, al cui confronto anche la new town di Bazzano, che al primo impatto procura una sensazione di profonda tristezza,, assume una luce differente. Ad accompagnarci all’interno del devastato centro storico di Paganica è Mario, un volontario della Prrotezione civile del luogo, al termine di un incontro che la comunità di Paganica ha organizzato con alcuni volontari dell’Emilia Romagna che nei giorni del post terremoto hanno portato il loro aiuto. “Anche loro sono rimasti molto sorpresi dalla situazione che hanno trovato – ci confessa – avevano sentito in tv che tutto stava tornando a posto”. Invece qui a posto non c’è davvero nulla e addentrandosi nei vicoli di quello che una volta era un suggestivo centro storico, si fatica a credere allo scenario che ci si trova di fronte: E’ come se all’improvviso una macchina del tempo ci riportasse indietro di mesi, a pochi giorni da quel 6 aprile. Tutto sembra rimasto come allora,tra il sinistro scenario di case “sventrate” e i vicoli del centro invasi e ostruiti dalle macerie.

In realtà la situazione è peggiore rispetto ad allora – sostiene Mario – perché con il tempo ci sono stati ulteriori crolli. E, poi, sono arrivati anche i ladri e gli “sciacalli” che si sono portati via di tutto (anche i campanelli fuori dalle case)”. In teoria tutta quella zona sarebbe “zona rossa” ma, a differenza de L’Aquila, qui non ci sono militari a controllare e ad impedire il passaggio. Piuttosto si fatica a camminare tra le macerie che da allora non sono state rimosse. Lo scenario è davvero impressionante, alcuni vicoli sono praticamente inaccessibili, dalle case crollate e “sventrate” si scorgono le stanze degli appartamenti così com’erano al momento del terremoto. Si vede un bagno con gli asciugamani ancora piegati a fianco del lavandino, una cucina con sul tavolino ancora la tovaglia, probabilmente della cena della sera precedente. Agghiacciante è, invece, una camera in cui è crollata la parete e parte del pavimento, con il comodino a fianco del letto quasi in bilico sulla parte di pavimento che non ha ceduto. In mezzo ad una simile devastazione, fa una certa tenerezza vedere in alcune case, semi sventrate, i lucchetti posti a sigillare la porta d’ingresso, disperato quanto improbabile tentativo di difendersi dai ladri che in questi 24 mesi hanno potuto fare razzia senza alcun problema. Nel centro storico di Paganica praticamente tutte le abitazioni (o meglio quelle che sono rimaste in piedi) sono classificate “E”, cioè inagibili, ma in alcune di loro si potrebbero effettuare interventi per renderle nuovamente agibili. E molti dei proprietari sarebbero pronti a fare nuovo sacrifici pur di riavere la propria casa. Ma, come ci spiega con aria desolata Mario, “qui è tutto fermo, tutto bloccato, Comune, Provincia, Regione, governo, nessuno vuole prendersi la responsabilità di decidere cosa fare delle nostre case, è tutto fermo e non si vedono spiragli per il futuro”. Il problema è che prima di dare il via agli eventuali interventi sulle abitazioni che possono essere recuperate, bisognerebbe decidere cosa si vuole fare del centro storico.

aq_-_new_townNell’attesa che qualcosa si muova, la maggior parte della gente che abitava qui ora è alloggiata nella new town che sorge a poca distanza dal campo di rugby. Dall’aspetto tetro all’esterno e terribilmente freddi all’interno, gli appartamenti delle new town non sono certo particolarmente accoglienti. “Abbiamo dato un tocco di colore alle pareti che erano tutte bianche – ci racconta Angela, la moglie di Mario – e abbiamo cercato di portare qualche mobile dalla nostra casa. D’altra parte cosa dovevamo fare, ora dobbiamo vivere qui e dobbiamo cercare di rendere questa casa il più accogliente possibile”. Ma il sorriso cordiale e amichevole con il quale ci accoglie non riesce a cancellare il velo di tristezza che traspare nei suoi occhi e che diventa ancora più evidente quando ricorda i sacrifici fatti per mettere su quella casa che da quel 6 aprile ha dovuto abbandonare. Lorenzo, un trentenne del posto, ci parla poi delle difficoltà e della sofferenza degli anziani che, privati delle loro abitudini e della loro vita quotidiana, si sono trovati catapultati in una nuova realtà alla quale faticano ad adattarsi. “Alcuni li vedi in giro con lo sguardo spento, confusi – ci spiega – certo nessuno vuole negare che di fronte ad una simile emergenza non era facile muoversi e va dato atto che comunque si è provveduto a dare un tetto e una sistemazione a tante persone. Però la situazione dal punto di vista sociale rischia di diventare sempre più critica”. E non solamente per la mancanza, in questi freddi agglomerati urbani, dei servizi più basilari per la popolazione. “A settembre erano poco più di 13 mila le persone nelle new town – prosegue Lorenzo – poi nei mesi successivi sono state messe a disposizione un altro migliaio di abitazioni ma le persone in quelle strutture sono scese intorno alle 12 mila unità . Il fatto è che chi ha le possibilità, chi ha qualche soldo in più, se ne va e nelle new town alla fine rischiano di restare solo le famiglie e le persone economicamente più deboli e gli extracomunitari”. C’è, poi, da considerare i luoghi dove sono sorte le new town. “Quella di Paganica – afferma Lorenzo – è sorta su terreni che prima erano campi coltivati e che ora sono stati espropriati. E chi ha subito l’esproprio non ha ancora ricevuto alcun indennizzo e non si sa neppure se quando lo riceverà”.

In un quadro davvero sconfortante, gli unici squarci di luce arrivano, tanto per cambiare, dal volontariato e dalla solidarietà che, fortunatamente, restano tra i pochi valori che continuano a tenere unito il nostro paese. I bimbi della materna e delle elementari di Paganica hanno una struttura dove andare a scuola grazie alla Regione Lombardia che ha donato due prefabbricati, attrezzati in maniera impeccabile per accogliere un asilo e una scuola elementare. Gli alpini trentini di Vittorio Veneto (gemellati con quelli abruzzesi) hanno, invece, donato una struttura che ora funge da distretto sanitario, dotato anche di ambulatori medici. Il tutto a “fari spenti”, senza la luce dei riflettori televisivi in cui nei mesi scorsi è andato in scena l’imbarazzante show mediatico della consegna delle “new town” e della ricostruzione a tempi di record. Uno spettacolo, forse dal punto di vista scenico (e di consenso elettorale) d’effetto, ma che, di sicuro, non ha contributo in alcun modo a ridare speranza e slancio ad una comunità che sembra non riuscire più ad uscire dall’incubo in cui è caduta la notte del 6 aprile 2009.

Francesco Di Silvestre - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.