Calcio sporco Stampa

calcio_foto_inch_200x100ANCONA - "Tangenti" richieste ai genitori per far giocare i figli. Premi di preparazione dei ragazzi intascati dai presidenti e nascosti ai genitori. Papà ricattati a pagare per il trasferimento in altra squadra dei figli. Prezzi alle stelle per la scuola calcio. Selezioni "farsa" per le rappresentative provinciali e regionali. L'esplosiva inchiesta del giornale "La Provincia" che ha provocato un terremoto tra gli addetti ai lavori

Oltre 1.100.000 calciatori tesserati (14.476 professionisti, 474.493 dilettanti, 619.510 settore giovanile), più di 67 mila tecnici abilitati (61.114 allenatori, 835 preparatori atletici, 2.735 medici, 2.475 operatori sanitari), oltre 33 mila arbitri (1.978 nazionali e 31.062 regionali), circa 15 mila società sportive (132 professionistiche, 11.642 dilettantistiche e 2.916 di esclusivo settore giovanile) che mettono in campo circa 70 mila squadre di cui 484 professionistiche, 17.157 dilettantistiche e 52.267 giovanili.

Sono questi i numeri da capogiro (fonte "Report 2011 del calcio in Italia") del movimento calcistico italiano. Almeno di quello che fa capo alla Federazione Italiana Gioco Calcio. E considerando che dietro ognuno di quei numeri c'è un costo ed un ricavo si può ben capire l'entità del giro d'affari che genera il calcio. Un business che, però, diventa sporco quando si sviluppa sulla pelle di ignari ragazzini e trae linfa dal portafoglio dei loro genitori.
Un business "sporco" che, solo nelle Marche, ha un mercato potenziale composto da quasi 45 mila ragazzi tesserati con società di esclusivo settore giovanile (21.039) o con società dilettantitische (23.893).

Un "mercato del bestiame", come lo ha definito l'amministratore delegato della Fiorentina Menicucci, che si svolge in parte "alla luce del sole" con le carissime rette delle scuole calcio e le sponsorizzazioni reali. In parte nella penombra con i premi di preparazione intascati dalle società originarie, ma nascosti ai genitori o con i ricatti subiti dai papà da parte delle società successive all'originaria che li obbligano a pagare al loro posto i premi di preparazione alla vecchia società per la liberatoria necessaria al trasferimento dei figli. In parte nell'oscurità con le "tangenti" che alcuni presidenti, dirigenti e persino allenatori fanno pagare ai genitori (sotto forma di sponsorizzazioni o "cash") per far giocare i propri figli in squadre professionistiche e semi professionistiche e persino di vecchio blasone, ma attualmente militanti in campionati inferiori. 

Un "sottobosco" paludoso e nauseabondo dove si sono infranti e continuano ad infrangersi i sogni di tanti giovani talenti i cui genitori non possono permettersi di pagare la "tangente".

"Il sogno di mio figlio - ci ha rivelato un genitore residente nelle Marche - si è infranto di fronte al mio rifiuto di pagare 10 mila euro ad un dirigente sportivo che mi ha fatto la richiesta in presenza dello stesso allenatore. Mio figlio l'anno prima era stato titolare e capitano della squadra che aveva vinto il campionato nazionale Allievi, ma l'anno dopo, con il cambio di allenatore e dirigente responsabile, pur allenandosi assiduamente, prima era finito in panchina poi, addirittura, in tribuna. Alla mia richiesta di spiegazioni è arrivato l’invito a versare il contributo per “aiutare la società”. 
"Sono numerosi - ha confermato al quotidiano La Repubblica un procuratore di calcio -  i presidenti, i dirigenti e gli allenatori di squadre di calcio giovanile che chiedono ai genitori dai 15 ai 40 mila euro per far giocare i loro figli. Alcuni chiedono persino il posto di lavoro per se stessi o per i loro familiari. Da parte loro alcuni genitori offrono contributi sotto forma di sponsorizzazioni in cambio del posto in squadra dei figli. Ovviamente non esistono fatture per simili contributi. Ed è anche per questo che la maggior parte delle società di calcio presenta bilanci disastrati: perché alla voce ricavi non figurano i soldi versati dai genitori. Un esempio? Il presidente di una società di calcio del sud ad inizio stagione ha tesserato una quarantina di ragazzi i cui genitori hanno pagato circa 30 mila euro a testa per farli giocare: circa 1 milione e 200 mila euro che il presidente ha portato via con sé quando, pochi mesi, dopo ha lasciato la società. C’è, poi, un presidente di una squadra del centro sud che tra i contributi dei genitori, la cessione di ragazzi ed i cosiddetti "minutaggi" ha incassato oltre 700 mila euro”.

Un fenomeno diffusissimo che non riguarda solo le piccole e medie società. Secondo lo stesso procuratore, infatti, in alcuni grandi club se il ragazzo non è un talento deve pagare circa 30 mila euro solo per far parte della rosa e potersi allenare.

Per non parlare, poi, di quanti giovani calciatori vengono venduti da questi grandi club in Eccellenza, Promozione e Interregionale intascando dai 20 ai 50 mila euro per ogni ragazzo. Tutto, ovviamente, senza dare nulla alla famiglia dell’interessato e qualche briciola (quando va bene) al fisco. 
L'ulteriore problema è che questo indecente mercato e gli squallidi mercanti di sogni che lo gestiscono hanno deteriorato un sistema, quello del calcio giovanile, che rappresenta un importantissimo punto di riferimento per tanti giovani.

Giovani che vengono illusi persino per far parte delle squadre rappresentative provinciali. Basti pensare a come avviene la selezione: una "farsa" che coinvolge centinaia di ragazzi (di regola tre per ogni squadra della provincia), scelti dalle loro stesse società di appartenenza, che devono dimostrare le loro capacità in appena un tempo di una partita tra squadre improvvisate ed allestite dal cosiddetto selezionatore (l'allenatore della rappresentativa) 15 minuti prima di scendere in campo. Di andare a visionare il ragazzo durante il campionato o di fargli fare qualche giorno di allenamento "ad hoc" per vederlo all'opera nelle diverse situazioni neanche a parlarne. Così spesso i mister/selezionatori (quasi sempre gli stessi, che spesso allenano in quelle stesse società che partecipano con propri ragazzi alla selezione) sono costretti a scegliere in base alla notorietà della società di appartenenza o alle conoscenze personali. Di conseguenza vengono "scartati" tanti ragazzi di qualità che, in quella situazione "allucinante", o non hanno potuto esprimere le proprie capacità o, magari, pur facendo una buona prestazione non hanno il "marchio di garanzia" di una società "storica".

Ma la metamorfosi del calcio giovanile si è verificata anche nelle fasce d'età più giovani. 

Fino alla metà degli anni '90 far giocare il proprio bambino in una squadra di calcio non costava nulla ai genitori. Poi, con la giustificazione (in molti casi solo teorica), di fornire materiali di allenamento avanzati, abbigliamento sportivo di qualità ed istruttori qualificati, le società di calcio hanno iniziato a far pagare alle famiglie una quota. Che, di anno in anno, è lievitata fino a diventare inaccessibile per tanti genitori. Specialmente in questi ultimi anni caratterizzati dalla crisi economica. Così tanti genitori hanno dovuto far rinunciare al proprio bambino di giocare a calcio con i compagni in una squadra.

Basti pensare che nelle Marche per iscrivere un bambino dai 6 ai 13 anni ad una scuola di calcio una famiglia paga dai 250 ai 500 euro. Ed il pagamento deve avvenire per intero al momento dell'iscrizione o, al massimo, in un paio di rate.

Cifre esagerate ancor più se si pensa che spesso le società di calcio ogni anno intascano anche il cosiddetto "premio di preparazione" cioè un contributo che, per legge, deve essere pagato dalla nuova società che prende in carico il ragazzo alla “vecchia” per aver contribuito a formare calcisticamente il giovane. Il premio varia in base alla categoria di appartenenza della nuova società che tessera il ragazzo (schema a centro pagina) e ne ha diritto la società (o le società) con cui il ragazzo è stato tesserato, con cartellino annuale, nelle ultime tre stagioni.

Un premio che viene tenuto nascosto ai genitori. Almeno fino a quando la nuova società rispetta le regole e versa il dovuto alla vecchia società. Se, invece, la nuova società non è seria ricatta in modo subdolo i genitori chiedendo di pagare il premio che implica la liberatoria: “Se la società da cui proviene suo figlio non firma una liberatoria noi non lo prendiamo”. Ovviamente la società da cui proviene il ragazzo, che non intende rinunciare al legittimo premio di preparazione, firma la liberatoria solo se riceve i soldi del premio di preparazione. Così, pur di consentire al figlio di continuare il suo sogno, il genitore è disposto a pagare di tasca sua quel premio. E senza ricevere alcuna ricevuta. Così i suoi soldi vanno a rimpinguare il "tesoretto" in nero di tante società di calcio.

In questo quadro a tinte fosche un pò di luce arriva dai comitati provinciali e regionale della FIGC e da alcune nuove associazioni sportive. Per quanto concerne i Comitati c'è da rilevare che, a parte qualche caso sporadico, riescono a tenere ben dritto il timone organizzativo, facendo rispettare i regolamenti e fornendo un prezioso aiuto alle società sportive che vogliono operare con serietà ed onestà. In particolare i Comitati con presidenti di "lungo corso" come, per esempio, quello di Ascoli dove il presidente Silvestri è ormai parte integrante della storia del calcio giovanile del Piceno e rappresenta una sorta di saggio padre per i dirigenti delle società sportive della provincia.

Per quanto riguarda, invece, le società sportive, il raggio di luce arriva da quelle che antepongono l'aspetto sociale e sportivo a quello economico. Tra i paladini di questa filosofia spiccano la Vigor nel Pesarese, l'Atletico nell'Anconetano e la Sportlandia nell'Ascolano che hanno deciso di ridare al calcio giovanile quell’importantissima funzione sociale che le è propria. E proprio partendo dal fatto che il calcio deve tornare ad essere uno sport accessibile a tutti, hanno ridotto drasticamente le quote d'iscrizione alla scuola di calcio offrendo, così, a tutti i bambini la possibilità di giocare a calcio in una squadra organizzata che partecipa ai campionati della FIGC. In queste tre associazioni sportive i prezzi della scuola calcio "sociale" scendono di oltre il 50% rispetto alla più economica scuola calcio "normale". Per non parlare della Sportlandia di San Benedetto che, chiedendo alla famiglia un contributo minimo di appena 15 euro al mese, risulta la più economica delle Marche.

Un messaggio incoraggiante, quello della società sambenedettese, contro la mercificazione selvaggia dei baby calciatori e per il ritorno del calcio giovanile a quella dimensione ludica e socio pedagogica che lo rende un importante elemento per la crescita sana dei ragazzi.

Grazie al coinvolgimento di un paio di sponsor e facendo leva sul volontariato, Sportlandia riesce a far pagare alle famiglie cifre “sociali” offrendo, addirittura, un pacchetto di servizi più ricco e qualificato di quelli che propongono le scuole di calcio da 3/400 euro. Un pacchetto che comprende due/tre allenamenti settimanali al campo ed in palestra, istruttori qualificati, zaino e kit d'allenamento, assicurazione, partecipazione a campionati e tornei Figc, trasporto in mini bus e, addirittura, fisioterapista e pediatra. Se, poi, la famiglia è in difficoltà il corso è completamente gratuito.

E come ciliegina sulla torta Sportlandia organizza, unica realtà nel panorama del calcio giovanile italiano, il "terzo tempo": un buffet al termine di ogni partita riservato a arbitro, dirigenti e giocatori di entrambe le squadre che ha lo scopo di inculcare nei giovani i veri valori dello sport, in particolare fair play, amicizia, integrazione, lealtà, sano divertimento. (vedi articolo "E' marchigiana la prima squadra di calcio d'Italia che effettua il "terzo tempo" nel calcio giovanile su Laprovinciamarche.it)

C'è da sperare che il modo di intendere il calcio giovanile di questa giovane associazione sportiva non resti una cattedrale nel deserto, ma sia d'esempio per le altre società di calcio marchigiane ed italiane. Cosicchè le scuole di calcio non rappresentino il primo tassello del business "sporco" del calcio giovanile, ma la base di partenza per tirar fuori il calcio da quella fetida palude in cui l'hanno spinto uomini senza scrupoli e farlo tornare a svolgere in modo efficace quell'importantissima funzione socio educativa fondamentale per tantissimi ragazzi.

Silvio Silvestri -  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.